VISUAL MERCHANDISER

È sera tardi. C’è silenzio. Sto seduta davanti al computer, in una stanza con la voglia di fare una dichiarazione impegnativa a proposito dell’innocenza della tecnica e della responsabilità di chi la applica. Mi spiego: da una parte c’è il cliente e dall’altra ci sono il prodotto e il contesto socioculturale, chiamiamolo così, a cui rubo segnali, materiali di costruzione per un messaggio che è fatto di prodotto ma non solo. Questa operazione di furto – o se preferite di traduzione – non avviene in maniera neutrale. Scelgo i materiali da “rubare”, e decido come tradurli. Gli argomenti che impiegherò mi sono dati, ma sono io che individuo e costruisco i modi del mio racconto. Conviene ricordare che tutto è dato, tranne la dimensione creativa del messaggio, che suggerisce un comportamento, elementi di un sistema di valori, schegge di visione del mondo. Se la tecnica è innocente, nel momento in cui la applico sono responsabile – “moralmente” colpevole, vorrei dire – nei confronti del prodotto e del cliente,e nei confronti del pubblico. Quando la tecnica produce il messaggio, ogni innocenza finisce, perché il messaggio vuole dare motivi per agire – o per pensare – secondo i desideri del committente, piuttosto che quelli del cliente. Così il concept occupa i luoghi più svariati, e diventa ”luogo” esso stesso. Si arriva a parlare di brandscape,parola formata da landscape, paessaggio, e brand, marchio. Il linguaggio vetrina al di là dei luoghi comuni……

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